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Occuparsi di escursioni ed ascensioni collettive vuole dire, in estrema sintesi, mettere insieme un certo numero di persone e condurle in montagna; ossia realizzare quello che in sociologia viene definito un piccolo gruppo.
Un piccolo gruppo è un insieme di individui con le loro personalità e che condividono alcuni obiettivi, hanno certi interessi comuni e partecipano momentaneamente ad attività collettive più o meno organizzate quali, nel caso specifico, la gita in montagna.
Una comitiva del Club Alpino ha una struttura in genere abbastanza semplice. Sostanzialmente è articolata in due sottogruppi, il primo dei quali composto dai partecipanti alla gita. E' un sottogruppo piuttosto variegato, specie se esaminato sotto i profili della capacita e dellesperienza di montagna dei singoli: possiamo avere persone esperte e preparate, altre meno, ed infine i neofiti ai primi approcci, con esigenze ed aspettative nettamente differenziate. Laltro sottogruppo, più omogeneo e compatto, è costituito dagli accompagnatori, quegli individui che, in possesso o meno di una qualifica ufficiale, svolgono la funzione dellaccompagnamento del gruppo, in quanto organizzano, conducono e seguono lo sviluppo di una uscita in montagna.
Gli accompagnatori sono coordinati da uno di loro, il direttore di gita: un individuo che, anchesso in possesso o meno di una qualifica ufficiale, si è assunto lincarico di condurre una specifica uscita; con tutte le responsabilità morali e giuridiche che tale incarico comporta.
Ad una struttura semplice si contrappone un aspetto dinamico complesso, e questo perché lessenza di un gruppo non è mai definita dalla somma delle parti, ma costituisce un qualche cosa di diverso dagli individui che lo compongono: è una nuova entità, con caratteristiche sue proprie. Le dinamiche che sprigiona, note come dinamiche di gruppo, sono relative allevoluzione del gruppo nel tempo, e con gli individui, ciascuno dei quali con le proprie personalità, caratterialità e capacita, che interagiscono sia tra loro che con lambiente esterno.
A questo punto può venire spontanea una domanda. Siamo ad un convegno sulla sicurezza dei gruppi in montagna, ma stiamo parlando di psicosociologia. Esiste un nesso? II nesso cè, ed è anche forte; proviamo a spiegarlo.
Pensiamo ad un individuo che affronta la montagna da solo. Supponiamolo ben preparato fisicamente, tecnicamente e psichicamente per il percorso che intende seguire, nelle condizioni in cui questo si presenta. Egli è una persona a suo agio nellambiente; una persona che noi riteniamo sicura. Proviamo invece ad immaginare questa persona non allaltezza del percorso; immaginiamo che non sia ben preparata, oppure sia agitata, o distratta da qualche cosa, o ancora che sia preoccupata. Questa persona è essa stessa una possibile fonte di pericolo. Ciò non significa, intendiamoci, che le capiterà un infortunio, ma vuol certamente dire che essa e nelle condizioni più probabili affinché ciò avvenga; non solo, ma qualora lincidente avvenisse, il nostro amico non è nelle condizioni migliori per farvi fronte, per reagire in modo positivo. Se questo è vero per un singolo individuo, che pur sempre deve ragionare solo con sé stesso, a maggior ragione è importante per un gruppo, ove vi sono tante persone, tante teste, tante idee.
Un gruppo sicuro è innanzi tutto un gruppo affiatato, un gruppo allinterno del quale non vi sono particolari spinte disgregatrici; un gruppo dove gli accompagnatori riescono ad esercitare un certo controllo ed a mantenere la coesione.
Sappiamo che il direttore di gita e gli accompagnatori hanno delle responsabilità; essi dovranno nel tempo prendere una serie di decisioni operative, ed hanno il diritto-dovere di condurre il gruppo come ritengono più opportuno. Sono le persone più esperte, sono quelle che rispondono poi di quello che succede, e il gruppo deve seguire le loro indicazioni. Devono quindi esercitare la cosiddetta leadership, ossia la funzione di indirizzo e di controllo, il che può avvenire in modo efficace solo se gli accompagnatori esprimono una certa autorevolezza, derivante da capacita tecniche e tranquillità personale, che consente di avere credibilità nei confronti dei partecipanti.
E tutto ciò è importante quando dallambito organizzativo passiamo allambito operativo, dove la fondamentale osservazione è legata al fatto che in montagna, come in tutti i contesti operativi e potenzialmente pericolosi, le decisioni ed i comportamenti conseguenti sono strettamente correlati allo scorrere del tempo, valendo il principio del qui ed ora. Nel senso che una decisione deve sovente essere presa in tempi brevi o brevissimi, senza spazio alcuno per le discussioni, e deve essere attuata rapidamente; in tali casi altre soluzioni più ponderate ma prese in ritardo possono portare a conclusioni errate. Ecco perché gli accompagnatori devono acquisire lautorevolezza necessaria a far si che il gruppo sia in armonia e che i partecipanti tutti si adeguino rapidamente alle disposizioni operative e di sicurezza che il direttore via via riterrà di assumere. Non è cosa semplice, ma si può fare.
Ho già detto che lo svolgimento di una uscita collettiva in montagna comporta sempre la soluzione di un numero molto grande di problemi strettamente correlati tra loro. Questi vanno affrontati e risolti uno per volta, mediante un ciclo continuo di domande e risposte, e tenendo conto che ognuna di queste non solo influenza i problemi ancora da affrontare, ma spesso comporta la revisione continua di quelli precedenti, a cui si era già data una pur provvisoria soluzione; si tratta in pratica di un processo per approssimazioni successive.
Una schematizzazione delle problematiche più ricorrenti può agevolare lapproccio ad un sistema così complesso. Tutte le domande da affrontare sono infatti riconducibili a due ambiti ben definiti, ciascuno dei quali è caratterizzato dalla necessita di rispondere ad un preciso quesito di ordine generale.
Luno è riferito alla situazione ordinaria di una gita e consiste nella valutazione globale della sua complessità, a cui si risponde con lorganizzazione da porre in essere al fine di poterla condurre agevolmente, in sicurezza, e anche gradevolmente.
Laltro ambito affronta gli aspetti legati alla sicurezza, richiedendo la valutazione dei livelli di rischio per i potenziali pericoli, da fronteggiare con ladozione di quegli accorgimenti e di quelle misure che sono atte a prevenire e a proteggere il gruppo.
E siamo arrivati ai principi cardine della sicurezza, la prevenzione e la protezione.
La prevenzione prima, che consiste nelladozione di misure, accorgimenti e procedimenti atti a ridurre le probabilità di insorgenza di un evento dannoso; in parole povere, cerchiamo di fare in modo che lincidente non avvenga. La prevenzione è importantissima ma, parliamoci chiaro, non annulla mai il rischio. Non esiste unattività umana a rischio zero, e il nostro obbiettivo è quello di ridurre linsorgenza del rischio il più possibile. Ma poi, per dirla con Whymper: è limprevisto che arriva sempre.
E quando lincidente arriva, trova applicazione il secondo principio della sicurezza, la protezione, che prevede ladozione di misure, accorgimenti e procedimenti atti a limitare il danno, ad assistere linfortunato, ad agevolare lazione del soccorritore.
I concetti di sicurezza verranno sviluppati ed approfonditi da altri relatori, per cui qui mi fermo e ritorno sul primo ambito, quando ho parlato di valutazione della complessità della gita.
Ho volutamente parlato di complessità di una gita, e non di difficoltà. Questultima si riferisce esplicitamente allattività individuale di singole cordate o piccoli gruppetti e, pur costituendo la base di partenza, deve essere integrata in modo opportuno per poterla applicare correttamente a comitive numerose, arrivando così al concetto di complessità della gita.
Itinerari con lo stesso grado di difficoltà possono presentare situazioni diverse quando sono affrontati da gruppi numerosi, e proprio per le caratteristiche peculiari di questi ultimi. Un esempio vale più di tante parole. Prendiamo una generica comitiva in gita sociale, con una cinquantina di persone. Immaginiamo questo gruppo in estate e con tempo buono, mentre attraversa ampie praterie in quota seguendo un sentiero classificato escursionistico. II direttore di gita, al centro della fila, può osservare tutto il gruppo senza fatica, seguendo con lo sguardo la testa e la coda della comitiva. Questo è un parametro positivo, che agevola la conduzione ed il controllo del gruppo. Ora pensiamo alla stessa comitiva che, sempre su un itinerario classificato escursionistico, segue un sentiero denso di tornanti e giravolte che attraversa un bosco molto fitto. II nostro direttore di gita, supponiamolo sempre al centro, non riesce più a scorgere cosa succede in testa e in coda e perde il controllo visivo. Questo è certamente un fattore che rende più complessa la conduzione della gita, pur essendo la difficoltà sempre la stessa.
II transito di una comitiva numerosa comporta delle ricadute ben diverse da quelle dovute al passaggio di pochi individui. Questo è solo il primo di un lungo elenco di parametri di cui si parlerà in seguito, e che possiamo suddividere in categorie: fattori orografici, climatici, antropici, infrastrutturali, geomorfologici ed informativi.
Vorrei concludere sottolineando limportanza di non confondere il termine di difficoltà con quello di complessità. Un direttore di gita, quando organizza una certa uscita, deve partire dalla difficoltà del percorso scelto e compiere poi unanalisi in cui mette a fuoco nella propria mente tutti quei parametri che possono influenzare la complessità della gita, cercando di quantificarli. Dovrà poi valutare il tutto, ed esprimere in sintesi un giudizio di complessità. Questa sintesi non sarà perfetta, ed avrà anche una componente soggettiva derivata dalla propria esperienza, ma sarà pur sempre una valutazione concreta.
Sempre meglio che partire alla cieca fidando solo nella buona fortuna.
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